Spezza il tuo pane con l’affamato Il brutto è che ci sono ancora degli ‘affamati’. E’ per tutti umiliante costatare che esistono uomini, donne e famiglie intere che vivono di stenti e forse neanche di questi, se è vero che ogni giorno bussano alle porte della Caritas e delle parrocchie, stendono la mano e cercano un pezzo di pane o pochi spiccioli. Come si intuisce, non parlo della ‘fame nel mondo’ soltanto, quella delle moltitudini errabonde che fuggono dalle carestie, dalle siccità, dalle guerriglie infinite. Parlo invece della situazione della fame che urge sotto i nostri occhi. Gli ‘affamati’ li abbiamo sotto casa o poco lontano. D’altra parte lo ‘spettacolo’ della fame ci inquieta e occupa i nostri pensieri da cristiani responsabili, destano in noi soprattutto nei giorni della Quaresima un salutare esame di coscienza. Queste folle disperse si presentano ferite dal bisogno, nudo e crudo. Ci interpellano e non ci lasciano tranquilli perché i poveri sono scomodi, non sono persone da salotto. E la fame degli altri ci graffia. Chi sono questi affamati così importuni? Da che parte vengono? E che cosa possiamo fare per loro? Ecco tre domande semplici ed essenziali che circoscrivono l’immagine della ‘fame’ presso di noi. Allora, guardiamo in faccia la realtà degli ‘affamati’ e vediamo di quale ‘fame’ si tratta: fame di pane, fame di casa, fame di lavoro, fame di soldi, fame di Dio, fame di amore. Il volto degli affamati non svela al primo sguardo la ‘storia’ che sta dietro la pelle. C’è la storia di fallimenti, c’è la vicenda di licenziamenti, c’è la condizione di sfruttamenti, c’è chi è scappato da torture, chi in fuga da luoghi di massacro. C’è soprattutto la miseria, tanta miseria. Miseria materiale, miseria culturale, miseria spirituale, miseria politica, economica, finanziaria. La fame viene da mille cause e da ogni terra e miete molte vittime, anche nel recinto di casa, nella famiglia. Per questo l’affamato rivela molti dolori, segni di molte disgrazie e di molte ingiustizie. Cerchiamo in Quaresima di avere un occhio puro così da ‘vedere’ il volto sfigurato dell’affamato, di avere un cuore più grande così da amarlo nella sua fame. Forse può avere necessità di un pane o di un po’ di soldi, o soltanto desiderare una stretta di mano, un semplice sorriso di compiacimento o una parola vera. Non perdiamo tempo nel trovare le colpe degli affamati: perché è alcolizzato, perché è fannullone, perché non è stato furbo, perché è puzzolente, perché è straniero. E così via. All’affamato importa liberarsi dalla fame che lo abbruttisce e lo sgomenta, che genera in lui odio e depressione, sete di vendetta e imprecazione, perché chi ha fame non va per sottili ragionamenti. Se vuoi, puoi concorrere a sfamarlo e puoi far nascere in lui il desiderio della dignità, del perdono, del riscatto, della collaborazione. E’ questo un impegno che riguarda l’esercizio della fede che si invera nella carità. Il bene si fa senza guardare in faccia il destinatario e senza decidere se è degno o no di riceverlo. Il bene si dona con gli occhi bendati! Questa è pura carità. In tale prospettiva la Chiesa di Fidenza si è data per Quaresima due obiettivi, con un preciso scopo ‘educativo’ alla carità: curare la fame dello spirito e soddisfare la fame del corpo. Al primo obiettivo corrisponde un itinerario spirituale cadenzato sul vangelo delle domeniche quaresimali. Al secondo obiettivo corrisponde la proposta di un ‘sacrificio-digiuno’ che si trasforma in contributo per il Fondo di solidarietà per le famiglie e per l’Adozione a vicinanza. L’uno e l’altro obiettivo si completano a vicenda e diventano un modo concreto per attuare l’invito di Gesù alla corresponsabilità: ‘Voi stessi date loro da mangiare’ (Mt 14, 16). Una bella sfida per tutti! + Carlo, Vescovo
