Fatica e sapienza del silenzio

Fatica e sapienza del silenzio   «C’è chi tace ed è ritenuto sapiente, c’è chi chiacchera ed è odiato. C’è chi tace perché non sa che cosa rispondere, e c’è chi tace perché conosce il momento propizio» (Sir 20,5-6).    I tempi della storia sono difficili. Questo tempo, che sta vivendo l’umanità globale, lo è certamente. Al riguardo si sono esibite tante analisi; si sono alternate sentenze degli esperti nei più svariati settori; si sono fatti largo su un palcoscenico drammatico i tuttologi di turno, improvvisati profeti a basso prezzo, che ostentano: «Avevamo tutto previsto»; o altri che si divertono a dipingere macabri scenari apocalittici indicando il compimento del castigo di Dio, che si è stancato dei peccati dell’umanità. Non mi impegno a commentare squallide esternazioni, pari solo alla barbarie della stoltezza. Non ho l’arroganza né la pretesa di affermare niente di nuovo o di aggiungere qualche tratto al non-già-detto o scritto. Desidero solamente richiamare l’attenzione su una necessità inderogabile, in questo tempo santo e di grazia quale è quello del cammino quaresimale verso la Pasqua del Signore: discernere il segno del tempo nel silenzio. Ho già dedicato un’ampia riflessione, al riguardo, nella Lettera Pastorale 2018-2020: «Unum est necessarium. Discernimento evangelico e vita ecclesiale». Su questo non voglio tornare. L’aspetto sul quale intendo richiamare una semplice considerazione è quello relativo al silenzio, non come atteggiamento momentaneo, ma come stato di vita.La preoccupazione, che ha spesso abitato le nostre vite e le nostre case in questi giorni faticosi, è stata quella di riempire il silenzio, con programmi, religiosi e non, a tutte le ore; con notizie incalzanti fino all’ultimo aggiornamento sull’evoluzione del contagio; con l’enumerazione anonima e distaccata della quantità dei morti: narrazioni distaccate di un macabro spettacolo ridotto a percentuale … e altro si potrebbe aggiungere.Ma il silenzio non è il vuoto da riempire né l’avversario con il quale competere. Il silenzio non è un fastidioso ospite con il quale ci si intrattiene con disagio e che si desidera se ne vada al più presto. Così si evita di pensare, di riflettere, di porci finalmente le domande di senso senza il prurito di una risposta chiusa e immediata. Il silenzio ci colloca nella possibilità di chiederci: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? A che punto sono del cammino della mia vita? Su chi sto investendo? Mi rendo conto del bene e delle persone che mi circondano e che condividono con me la fatica di una ricerca?

È urgente recuperare e ricomprendere l’importanza del silenzio di contro alla barbarie del rumore delle parole inutili. Il silenzio esso fa parte della struttura più intima dell’umano quanto la parola. È nel silenzio che ci è dato di ritrovare e riscoprire noi stessi, di far emergere le ragioni che nutrono la nostra speranza. È nel silenzio che ci è dato di incontrare l’altro, il prossimo che ci sta accanto. È nel silenzio che si impara a stare da discepoli umili e obbedienti alla scuola dell’ascolto della Parola. È solo nel silenzio che ci è dato di incontrare l’Altro, Dio che ci parla, spesso con un linguaggio che non ci è dato di decifrare in modo immediato. È dal silenzio di una umanità smarrita e senza possibilità di salvezza, dal silenzio di una storia il cui senso sembrava fortemente compromesso, che Dio ha fatto udire la sua Parola definitiva in Gesù di Nazareth, il Figlio amato, del quale ha detto, dal monte della trasfigurazione: «Ascoltatelo!». Abbiamo dimenticato troppo in fretta la parola del Salmo 64,2: «Per te, o Dio, anche il silenzio è una lode»?

È lo stesso silenzio della Parola che Abramo, nostro padre nella fede, ha saputo ascoltare e per la quale ha intrapreso un cammino verso una terra che il Signore gli indicava. È il silenzio nel quale Mosè, alla presenza di Dio sul Sinai, accoglie le Dieci parole brucianti scritte su tavole di pietra con scrittura di Dio; erano parole che orientavano Israele su strade di libertà. È il silenzio di Elia, fiamma ardente del Signore, che entra nella sua desolazione e nel suo desiderio di morte, conducendolo ad incontrarlo sull’Horeb nella forma di un “silenzio sottile”, che lo rimette in cammino. È il silenzio orante di tanti cantori dei Salmi, che danno voce a quanto sta nell’intimità del cuore di tutti quelli che cercano Dio in mezzo alle prove e alle contraddizioni della vita. È il silenzio di Maria, la Madre del Signore, che fa posto nella sua vita alla Parola, che la raggiunge e prende corpo in Gesù il Figlio di Dio. È il silenzio di Giuseppe, uomo giusto, che rinuncia a progetti suoi affinché sia il Signore a tessere la trama della sua storia di salvezza per l’umanità tutta. È il silenzio del Padre che Gesù di Nazareth, il Figlio amato, sperimenta al Getsemani e nella tenebra della croce. È in quella croce al Golgota che vengono riassunti tutti i nostri silenzi, i nostri dubbi e le nostre contestazioni, che chiedono a Dio di rendere conto di quanto accade agli umani: «Non stare in silenzio, mio Dio, perché se tu non mi parli è come se scendessi nella tomba» (Sal 28,1). Eppure, quel silenzio è stato attraversato nella notte di Gesù di Nazareth dalla Parola viva ed efficace del mistero della Pasqua di risurrezione. Il silenzio del Crocifisso è autentica scuola che ci fa conoscere la profondità dell’amore di Dio nella vita donata nel Figlio.Questo silenzio, abitato dalla luce della Pasqua, diviene nella comunità ecclesiale degli inizi annuncio, senza esitare, della speranza, nel cui nome a tutti è dato di trovare salvezza definitiva.La riflessione di Soeren Kierkegaard sia monito per noi tutti a ritornare con umiltà alla sapienza del silenzio:   «Non permettere che dimentichiamo: tu parli anche quando taci. Diamoci questa fiducia: quando siamo in attesa della tua venuta tu taci per amore e per amore parli. Così è nel silenzio, così è nella parola […]. Tu ci guidi con la tua voce, ci elevi con il tuo silenzio».   + Ovidio Vezzolivescovo