Il saluto di Mons. Carlo Mazza, Vescovo emerito di Fidenza

 24 giugno 2017

  Saluto alla Diocesi       Oggi davanti a voi e all’intera Diocesi si chiude il tempo del mio servizio episcopale quale Vescovo della Diocesi di Fidenza. E’ iniziato nell’indimenticabile 1° dicembre 2007, con la consacrazione da parte del Card. Carlo Caffarra. Ricordo quel giorno, ricordo quell’ora. Un decennio si è compiuto del tutto speso a guidare la Chiesa fidentina sulle strade del vangelo di Dio, della carità operosa, della testimonianza solidale, preservando l’inestimabile dono della comunione.     Oggi è il giorno del saluto, come di un cordiale addio!   I pensieri dominanti     Il primo pensiero è rivolto al Signore come rendimento di lode e di grazie per il dono incommensurabile dell’essere stato da lui scelto come successore degli Apostoli e inviato a reggere nella carità l’amata Chiesa che vive in Fidenza. Lui mi ha fatto Vescovo perché mi incamminassi più decisamente e consapevolmente sulla via della santità.     Il secondo pensiero è rivolto a Papa Benedetto che ha voluto, come gesto di estrema fiducia e di commovente paternità, annoverarmi nel collegio degli apostoli e inviarmi a presiedere la Chiesa di Fidenza. A Papa Benedetto giunga il segno più alto e venerato della stima e dell’affetto in Cristo Gesù.     Il terzo pensiero va a Papa Francesco che ha voluto riaffermare e consolidare la successione apostolica a Fidenza con la nomina di un nuovo Vescovo. Non era un gesto scontato, come è risaputo. Quello del Santo Padre è stato dunque un atto di amore per la nostra Chiesa, una scelta che garantisce il futuro.     Il quarto pensiero è rivolto ai miei amatissimi familiari e in particolare a mia sorella Adelaide che si è del tutto sacrificata per me, senza che io meritassi tanta generosa dedizione.   I ringraziamenti     Vorrei ora ringraziare tutti coloro che direttamente hanno collaborato con me nel decennio di episcopato, vivi e defunti.     In primis ringrazio Mons. Vicario Generale, Adriano Dodi, per il servizio sapiente e discreto, con cui ha voluto accompagnare il mio servizio episcopale, unitamente a lui ringrazio il Capitolo della Cattedrale e il Consiglio Presbiterale Diocesano.     In particolare ringrazio il Cancelliere don Gianemilio Pedroni, il Segretario vescovile don Stefano Bianchi, l’Economo diocesano rag. Franco Giordani, il Rettore del Seminario Vescovile don Remo Toscani, il Cerimoniere Vescovile don Luca Romani, il Presidente dell’Istituto Diocesano per il sostentamento del Clero e della Fondazione San Donnino Mons. Stefano Bolzoni, il Direttore de “il Risveglio” don Mario Fontanelli, il Direttore della Scuola diocesana di formazione, don Luigi Guglielmoni, il Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cattedrale, Giancarlo Menta.     E poi i diretti collaboratori laici: Paola Allodi, Luca Belforti, Paolo Torregiani, Marco Tombolato, Manuel Ferrari, l’archivista Cristiano Dotti, la Direttrice del Museo Alessandra Mordacci. Un immenso grazie desidero rivolgere a Giacomo Ghizzoni e Antonio Scaramuzza, i due volontari indispensabili, colonne della Curia, con la signora Giuseppina Oliva, fedelissima portinaia.     Ringrazio tutti i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi della Diocesi: rappresentano la spina dorsale della Diocesi, i veri lavoratori della vigna del Signore. Senza la loro assidua e zelante fatica, l’impegno pastorale del Vescovo verrebbe ad essere vanificato.     Esprimo un profondo sentimento di gratitudine a Papa Francesco per la sua paternità, soprattutto nel donare a questa Chiesa un nuovo Vescovo di Fidenza, nella persona del sacerdote don Ovidio Vezzoli, che ha accettato di venire a presiedere nella carità questa santa Chiesa. Mentre prego intensamente per lui, unitamente a tutta la Chiesa fidentina, faccio voti di un “buon cammino” nella scia di San Donnino, nostro Patrono, e sotto la forza dello Spirito Santo e la protezione materna di Maria.   Il tempo è terminato     Considerando il punto della mia vita, con l’apostolo Paolo vi dico: “Il tempo si è fatto breve” (1 Cor 7, 29), “passa infatti la figura di questo mondo” (1 Cor 7, 31). Il tempo, scorrendo inesorabile, apre l’ultima fase della mia vita. Ritornerò a casa, da dove sono venuto.         Un pastore va, un altro viene. Così si svolge la splendida, mirabile e misteriosa successione apostolica.     A partire dal Concilio, la Chiesa cattolica, nell’ineffabile disegno di Dio e nella lunga sapienza degli uomini, ha provveduto a norme che regolano il tempo degli uffici, dei ministeri, delle attività pastorali, tenendo conto dell’usura del tempo, del flusso implacabile dei cambiamenti epocali in corso, della necessaria nuova abilità richiesta per saper affrontare con competenza le sfide che incombono.     Ai Sacerdoti e ai Vescovi è così richiesto di onorare il dolce vincolo dell’obbedienza che esalta la fede nella Chiesa, riconoscendo da una parte la sovranità di Dio e dall’altra rendendo visibile l’umiltà dell’uomo, come semplice ministro, come “servo inutile”, sempre e comunque a disposizione. Dunque con le dimissioni al compiersi del 75° anno di età, si adempie la piena e vera sottomissione alla Chiesa, madre e maestra della fede.     Il gesto comporta delle conseguenze: infonde certezza e coltiva l’abbandono alla Divina Provvidenza; genera misericordia e invita al perdono; allieta l’animo e lo consegna alla pace. Così si impara la lezione del salmista: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90, 12). Avere un “cuore saggio” dispone alla serenità e alla beatitudine.     Sono dunque in partenza e torno all’origine dei miei giorni con l’anima colma di trepidazione, di riconoscenza, di rendimento di lode a Dio, e con un velo di tristezza. Non è per nulla un passaggio facile e di ordinaria amministrazione. Perciò occorre saldezza di spirito e lungimiranza di visione, mitezza d’animo e padronanza di sé: sono virtù speciali, coltivate nel tempo dello spirito e concesse in dono dalla benevolenza di Dio a coloro che a lui si affidano senza contropartite.     Anch’io, con l’apostolo Paolo nella sua lettera a Timoteo, vorrei ripetere: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tm 4, 7). La confidenza dell’Apostolo all’amico Timoteo scandisce un sintetico bilancio spirituale. Forse è fin troppo enfatico applicare a me stesso la confessione conclusiva di Paolo, eppure ben si addice al pastore di una Chiesa che lascia il ministero al termine del suo mandato, che intende confermare il suo gregge e offrire un buon esempio a tutti i sacerdoti.     Volgendo timoroso lo sguardo sul decennio trascorso con voi, mi pare davvero di poter fare mia la dichiarazione dell’Apostolo delle genti. Qui con tutta evidenza non si tratta di stendere consuntivi pastorali e amministrativi – forse a questo ci penseranno gli storici, se vorranno – ma di lodare Dio per i doni straordinari elargiti, per le benedizioni ricevute, per l’opera compiuta dalle sue mani, per il dono delle vostre amabili persone, pecore del “gregge di Dio” che vive in Fidenza.     L’essere stato “servo” e non “padrone” della vostra fede (cfr. 2 Cor 4, 5), mi consola e mi libera da eventuali pesantezze di coscienza, che tuttavia non possono mancare. La visione di un servizio episcopale come servitore mi certifica di essere stato del tutto dedito alla Chiesa di Fidenza, di essere stato attento all’essenziale della fede, di non essere caduto in favoritismi, di non aver preferito qualcosa in luogo di altro. Sono stato solo, come sollecita ora Papa Francesco, un “pastore con l’odore delle pecore” e, con onore e tremore, Vescovo della Chiesa fidentina.     Ho cercato di amare questa Chiesa, come l’ha amata Gesù Cristo. Mi consola la convinzione di aver donato il meglio di me stesso, nella piena maturità della mia esistenza, infondendo il frutto di esperienze importanti, di insegnamenti ricevuti, di orizzonti percorsi in stile aperto e universale, senza pregiudizio e condizionamenti, godendo in Cristo di una santa libertà, facendo gustare alle mie “pecore” la gioia immensa di essere cristiani oggi.   “Tutto è grazia!”     L’emblema del mio stemma episcopale, che fa sintesi della personale storia umana e spirituale, è contrassegnato nel cartiglio da una citazione dell’apostolo Paolo: “Omnia cooperantur in bonum” (Rm 8, 28), che, per facilità, ho riassunto nel detto di Teresa di Lisieux “Tutto è grazia”, ripreso poi da Bernanos nel celebre romanzo “Diario di un curato di campagna”.     In realtà l’essere pastore della bella Chiesa di Fidenza, con fedeltà e senza condizioni, è stato una grazia senza alcun merito, un dono ineffabile. Così ho sperimentato nella buona e nella cattiva sorte che “Tutto è grazia”, sempre sotto lo sguardo di Dio e per puro amore. Ho tenuto gli occhi fissi su Gesù, vivendo secondo verità nella carità, e a nessuno asservendomi se non al Vangelo di Dio.     Ho amato il popolo a me affidato, il popolo di Dio diffuso sul territorio diocesano, servendolo secondo le mie possibilità e anche nella debolezza, ma sempre con assoluto rispetto, trasparenza e senza alcun interesse personale. E’ un popolo che non conoscevo, ma un popolo che ho imparato a conoscere e ad apprezzare per la sua storia, la sua dignità, la sua intelligenza e operosità.     Come è stato consolante appartenere a questo popolo santo! Quanto ho imparato da questo popolo antico e valoroso!     Adesso prego il Signore perché nessuno di quelli che lui mi ha affidato sia andato disperso. Sarà potuto accadere che taluno si sia sentito offeso. Chiedo perdono e, per quanto mi riguarda, non fatico a perdonare di cuore. Ho cercato la pace, l’ho abbellita con il sorriso, quello di Dio per ogni creatura, fratello e sorella nella fede e nell’umanità.     Ora mi tornano in mente gli innumerevoli eventi celebrati, i volti incontrati, le sofferenze condivise. Di qui nasce un sentimento intenso di riconoscenza e di affetto verso tutti, in particolare verso i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose: vere sentinelle della vigna e collaboratori, a diverso titolo e grado, nel ministero. Ciò che insieme abbiamo vissuto sta custodito nel mio cuore, ma soprattutto nel cuore di Dio, perché davvero “Tutto è grazia”!   Una Cattedrale: Casa di Dio, Casa dell’uomo     Adesso il mio sguardo torna sulla Cattedrale. Di fronte alla sua bellezza essenziale e trasfigurante, lo sguardo si fa carico di stupore, di trasalimento spirituale, di memoria santa. Su tutto spicca il Martire dal cui sangue è sgorgata solenne e insieme umile e maestosa la nostra Chiesa. Dal corpo di San Donnino viene la nostra fede, la nostra gloria, la nostra speranza, la nostra fervida e invitta testimonianza del Crocifisso Risorto, come il nostro futuro di cristiani.     Di qui lo sguardo si fa contemplazione del disegno di salvezza che investe la città e la diocesi. Di qui prende corpo la Chiesa di Fidenza, quale mistero di unità, di grazia, di misericordia. Non vi è altro luogo più insigne di questa Cattedrale. Forgiata nei secoli antichi, è sempre rimasta integra e fonte di certezza della verità, luogo di rivelazione di Dio e di pace per l’uomo da essere dimora divina e casa dell’umanità dispersa.     Questa Cattedrale ogni mattina mi ha donato forza, mi ha ispirato il cuore, mi ha avvolto di luce, mi ha protetto dal maligno. La testimonianza di fede che annuncia e attua, mi rimanda al senso ultimo della vita, al giudizio di Dio che accolgo nel suo abbraccio d’amore, insieme all’amato popolo fidentino.     Ora la Cattedrale è più fascinosa perché riplasmata nella sua bellezza originale con un restauro appropriato e di indiscussa fattura della quale ringrazio tutte le Maestranze, la CEI e la Fondazione Cariparma. Ora è tutta adornata di nuova luce e più ancora risplende eloquente nel suo messaggio di salvezza e di pace.   Un Vescovo nuovo     Fra poco giungerà il vescovo Ovidio. Sarò davvero felice se, volgendo a lui il vostro affetto e la vostra obbedienza nella fede, camminerete nella fedeltà al Vangelo e alla Chiesa. Amatelo come avete amato me, e anche di più!     Vi benedico e vi benedirò sempre nella tenerezza del Signore.   + Carlo, Vescovo