Cose antiche, dirà l’uomo del disincanto che non riesce più a gustare lo scatto magico della novità di Cristo. Certamente l’invito a Betlemme ha bisogno di un cuore libero e ben disposto che sa scorgere oltre lo scenario delle solite cose, qualcosa di assolutamente inedito. Ma, a ben vedere, l’inedito oggi è proprio l’uomo: sembra non sia più quello di prima. L’uomo che siamo noi, evidentemente, così mutato nel suo pensare e nel suo agire. Sovente mi chiedo se il Natale ci è stato derubato, se l’hanno sfilato dalle mani dei cristiani e se l’è tutto mangiato il mondo degli affari. Non può essere! Che anche ‘altri’ partecipino all’evento più rivoluzionario della storia, va bene. Anzi meglio sarebbe che tutti fossero pervasi e trasformati da un Dio che nasce uomo perché quest’uomo diventi Dio. E tuttavia non pare che così avvenga. La luce si è alzata nella notte del mondo. E forse l’uomo di oggi tarda a rendersi conto che nel buio dell’anima tutto si dilegua nel grigio della mondanità. Ritornare a Betlemme significa invece ricominciare a vedere e a sperare. Significa riprendere un cammino, il cammino che porta a scoprire che Dio non è inutile, che Dio ci è necessario, perché siamo ‘poveri’ uomini, anelanti il possesso di certezze: cioè della verità, della bontà, della bellezza, come qualità dell’anima che fanno ‘grande‘ l’uomo. Proprio quell’uomo che molti dicono spacciato, sfinito, consumato nel guazzabuglio della vita presente, è il più bisognoso, come un mendicante, di trovare una luce, una compagnia, una certezza, una speranza. Quest’uomo che siamo noi che scompare nell’anonimato e non conta più nulla. Ritornare a Betlemme è anche guardarsi in faccia, non più nello specchio delle illusioni, ma nella realtà di quell’io più profondo e autentico che ci sfugge, dal quale scaturisce il senso e la misura della vita e dunque quella consapevolezza del bisogno di altro e di un Altro. Non vi è forse in noi quella nostalgia pura e semplice di vivere bene, di stare insieme, fidandosi e affidandosi l’un l’altro? Questa forma di ‘custodia’ reciproca, tanto cara a Papa Francesco, sta all’inizio di un’amicizia desiderata e sognata, e forse di un ricominciamento di un amore nuovo, certamente di una vita più umana, più dignitosa e più giusta. Ritornare a Betlemme significa dire di no a tante perverse chiacchiere che uccidono il prossimo come se fosse ben poca cosa, a tanti raffinati egoismi che ci rendono insopportabili gli uni agli altri , quasi incapaci di stendere la mano di un aiuto. Decidi allora di ritornare a Betlemme per incontrare colui che è Dio nella forma umana, che è Dio per farci riscoprire più simili, più vicini, più umani. Se coltiviamo l’occhiolino dolce e tenero per un cane, gratificandolo di ogni capriccio, non saremo disposti ad un soprassalto di pietà e di compassione verso un ‘simile‘ a noi che sta nel bisogno, povero e infelice, solo’ come un cane? E’ solo questione di umanità. Ritorniamo tutti a Betlemme. Guidati dalla stella, apriamo il varco del cuore e dello spirito per vivere una vita bella e serena, libera da cattiverie insensate e da malanimi ingombranti e avvilenti. Viviamo insieme la speranza di Betlemme che crea una gioia senza fine. Buon Natale a tutti e sorridete alla vita! Perché in fondo al tunnel c’è Qualcuno che ti attende. + Carlo, Vescovo
Il messaggio del Natale di Mons. Vescovo
Ritorniamo a Betlemme! L’invito che mi permetto di rivolgere suona come una scossa che scuote indifferenze e abitudini. Levare il passo verso Betlemme esprime una decisione del cuore per lasciarci invadere dallo stupore di una Stella che appare di nuovo nel cielo della vita e da un Bambino che di nuovo nasce in una Grotta.
